giovedì 2 agosto 2018

Pfas. La relazione conclusiva dell'Assessore regionale all'Ambiente.


“La relazione della commissione regionale di inchiesta sui PFAS ha fatto emergere in maniera chiara alcuni punti che per molti non erano per nulla scontati. A cominciare dall’assenza di una disciplina europea e statale in materia di limiti alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche”. Così  l’assessore regionale all’ambiente, Gianpaolo Bottacin, commenta la relazione finale della Commissione d’inchiesta sull'inquinamento da PFAS, approvata oggi dal Consiglio veneto, ringraziando i consiglieri per il lavoro svolto.
 
“Nel 2013, quando il Ministero comunicò alle Regioni la presenza diffusa di PFAS, mancavano limiti ambientali e limiti in relazione al loro utilizzo ad uso potabile. Un elemento che – osserva Bottacin – emerge con chiarezza dalla relazione, là dove ricorda che ‘la Regione Veneto, non avendo competenza a porre con proprie leggi, posto che lo Stato ha competenza legislativa e regolamentare esclusiva in materia ambientale , rivolse la richiesta al Ministero’". 
 
“Da allora si sono susseguite continue interlocuzioni con i ministeri della Salute e dell'Ambiente, ma entrambe le strutture governative di fatto si sono defilate – ricorda Bottacin - La Regione Veneto tuttavia non è rimasta inerte, ma è intervenuta ponendo valori di riferimento sulle acque potabili, sugli scarichi industriali e avviando una colossale opera di monitoraggio ambientale e sanitario, con vari approfondimenti tecnici che hanno reso oggi il Veneto un riferimento a livello nazionale e internazionale sulla conoscenza di queste sostanze”. 
 
Bottacin mette sotto i riflettori alcune incoerenze nella gestione della problematica sull’asse Roma-Venezia: “La Commissione parlamentare d'inchiesta sugli illeciti ambientale nella sua prima relazione - ricorda Bottacin - aveva tentato di sostenere che la Regione avrebbe potuto definire autonomamente dei limiti. In realtà, dopo due mie audizioni, nella seconda e ultima relazione ha dovuto correggere il tiro affermando che ‘in effetti il combinato disposto degli articoli 75 e 101 del d.lgs. 152/2006 non lascia spazio a dubbi che la competenza a fissare limiti per le nuove sostanze non presenti nelle suddette tabelle sia di esclusiva competenza statale’".
 
“Risulta pertanto evidente – prosegue l’assessore regionale - che quando nel 2013 il CNR ha presentato lo studio sulla presenza di PFAS in molte Regioni d'Italia, anche il Veneto, come tute le altre Regioni coinvolte, avrebbe potuto rimanere in attesa dei limiti statali prima di agire. Invece la Regione Veneto ha denunciato immediatamente alle autorità competenti, tramite Arpav, gli illeciti rilevati, compreso il disastro ambientale. Ha individuato poi, ancora tramite Arpav, la fonte primaria di emissione. Ha imposto ai gestori del servizio idrico integrato il montaggio di filtri a carboni attivi per garantire la massima sicurezza per i cittadini esposti, pur ‘non essendoci rischio immediato’, secondo quanto riportato nello studio del CNR. Ha attivato due accordi con le università di Verona e di Padova volti all'abbattimento delle concentrazioni di Pfas nelle acque attraverso soluzioni alternative all’applicazione dei filtri. Ha avviato studi epidemiologici e biomonitoraggi attraverso il Servizio Epidemiologico regionale, il Registro Tumori del Veneto, il Registro Nascita, l'Istituto Superiore della Sanità, coinvolgendo illustri luminari del settore. E ha avviato il piano di monitoraggio degli alimenti”.
 
“Non solo – continua Bottacin -  nel contempo la Regione ha anche messo in moto ‘il più imponente piano di sorveglianza sanitaria sulla popolazione esposta alle sostanze perfluoroalchiliche’. È stata infatti avviata l'aferesi, attività riconosciuta dal Centro Nazionale Sangue e dal Centro Regionale Attività Trasfusionali, che è stata poi bloccata inspiegabilmente dal Ministero della Salute, inviando i carabinieri del NAS in Regione”. 
 
“In contemporanea la Regione Veneto ha utilizzato lo strumento dell'Autorizzazione integrata ambientale – elenca l’assessore -  per porre dei limiti, assenti a livello statale, sugli scarichi industriali. Ciò ha sottoposto la Regione a numerosi ricorsi (sempre onerosi, uno addirittura per 98 milioni di euro),  proprio in virtù del fatto che non esistono limiti di legge. Inoltre, la Regione ha stabilito il "limite zero" per gli acquedotti della zona rossa e ha imposto a tutti i gestori del servizio idrico integrato di attrezzarsi per la predisposizione del filtraggio di tutta l'acqua del Veneto a scopo preventivo”. 
 
“Pur essendo competenza per legge del Comune, abbiamo inoltre – aggiunge Bottacin - creato un Comitato tecnico con Comune  e Provincia per la messa in sicurezza e bonifica del sito Miteni, a cui avevamo invitato anche il Ministero, anche se quest’ultimo ha tuttavia deciso di non partecipare a tale comitato”.
 
“Altro che Regione immobile – replica Bottacin – Il Veneto, con il suo attivismo, ha sostituito anche l’inerzia altrui”.
 
A fronte di tanto impegno – ammette Bottacin – c’è l’amarezza per gli attacchi subiti, le accuse infondate, le minacce e gli esposti  ricevuti. Sono stato oggetto di ben 34 ricorsi, magari tra loro opposti, per eccesso di potere o per inadempienza, ma non mi sono mai demoralizzato. I fatti, riepilogati nella relazione conclusiva della commissione, dimostrano che strumentalizzare politicamente una questione che riguarda la salute dei cittadini sia sempre un errore.  La brutta vicenda dei PFAS dimostra che il Veneto sul tema della prevenzione ambientale è diventato un modello nazionale, a cui si guarda anche da oltre frontiera”.




Fonte: Ufficio Stampa Regione Veneto